La cooperazione nell’età giolittiana

La cooperazione è storia di popolo, di eroismi silenziosi e collettivi e vive tutti i travagli e le difficoltà nell’ultimo decennio del secolo.

Il governo presieduto da Francesco Crispi conduce il paese ad una profonda crisi economica, caratterizzata da miseria diffusa, crolli bancari, emigrazione di massa.
La crisi si accompagna ad una feroce repressione di ogni protesta che raggiunge il culmine nell’inverno del 1893-1894 quando viene impegnato l’esercito per sedare le rivolte in Sicilia e in Lunigiana.

Anche dopo la caduta del governo Crispi la situazione non cambia, la crisi economica per le gravi misure autoritarie diventa politica e sociale fino a culminare nella sanguinosa repressione dei moti milanesi del maggio 1898.
In questa situazione anche la cooperazione viene colpita duramente: Antonio Maffei, Carlo Ramassi, e Luigi De Andreis, tre fra i massimi dirigenti del movimento, vengono arrestati, decine di cooperative vengono chiuse dalle autorità di polizia, i beni vengono confiscati, i consigli di amministrazione sciolti e sostituiti con commissari.

Con l’avvento di Giovanni Giolitti a capo del governo inizia una nuova fase della storia del Paese.
Su iniziativa della Lega delle cooperative si costituisce nel 1901 fra la Lega stessa, la Federazione Italiana delle Società di Mutuo Soccorso e la Confederazione Generale del Lavoro, la Triplice Alleanza del Lavoro, un comitato composto dai maggiori esponenti dei movimenti cooperativi, mutualistici e sindacali, cui diedero fervore di opere e di fede Antonio Moffi, Angiolo Cabrini e Ludovico Calda, che si propone “di coordinare l‘attività delle tre grandi organizzazioni ai fini di una sempre maggiore assistenza a favore delle classi operaie e di esercitare un’azione collettiva nelle questioni di carattere legislativo aventi per scopo l‘elevazione giuridica ed economica dei lavoratori”.

Traendo impulso dalla favorevole congiuntura internazionale, dalla ristrutturazione del sistema bancario, dal ruolo dello Stato in qualità di committente della nuova politica industriale impostata dal ceto dirigente liberale, l‘economia italiana mostra segni di rilevante dinamismo.
Il più favorevole clima economico, riflesso anche delle mutate condizioni politiche ed istituzionali introdotte da Giolitti nel tentativo di coinvolgere nella politica governativa una parte del movimento operaio, giova al rafforzamento del movimento cooperativo che cresce quantitativamente grazie, anche, ad una legislazione ad esso più favorevole.

Tra il 1904 e il 1910 sono stati infatti ben dodici i provvedimenti legislativi volti a favorire più o meno direttamente la cooperazione.

Nel 1904, per iniziativa del Ministro Luigi Luzzatti, il Governo vara una legislazione sulla cooperazione di eccezionale rilievo che, da una parte ne riconosce l‘esperienza e la validità, dall’altra le apre prospettive di sviluppo di grande importanza e ne prefigura un ruolo strutturale nell’allargamento della democrazia e per la trasformazione del Paese.
A riconoscimento dell’importanza assunta dal movimento cooperativo italiano la Lega Nazionale delle Cooperative viene ammessa a far parte in Italia nei Consigli Superiori del Lavoro, della Previdenza, dell’Emigrazione e della Commissione Centrale delle cooperative all’estero, dell’Alleanza Cooperativa Internazionale, la quale tiene il suo 7° Congresso a Cremona nel 1907 i cui partecipanti si recano in pellegrinaggio a visitare le ferrovia Reggio-Ciano, il miracolo cooperativo realizzato da Antonio Vergnanini.

Nel 1907 e nel 1908 vengono promossi vari provvedimenti recanti agevolazioni creditizie e fiscali alle cooperative.

Nel 1909 viene promulgata una legge sulla erogazione dei sussidi alle cooperative.

Tra il 1909 ed il 1911 il Governo vara due provvedimenti di fondamentale importanza nella storia della legislazione italiana sulle cooperative, la Legge 25 giugno 1909 ed il relativo regolamento approvato con il regio decreto 12 febbraio 1911.
Con il primo provvedimento si riconosce personalità giuridica autonoma ai consorzi di cooperative di produzione e lavoro attraverso i quali le società medesime possono assumere appalti fini ad un valore di 2 milioni di lire, una cifra ragguardevole per l‘epoca.
Questi fatti, unitamente alla conquista dei numerosi enti locali da parte del partito Socialista determinano la grande crescita della cooperazione nel primo decennio del secolo.

Dalle 3.800 società esistenti nel 1902, la cooperazione passa nel 1910 a 5065 società, alle quali si devono aggiungere le 746 Banche Popolari, i soci ammontano a oltre un milione e mezzo.

L’allargamento della sfera di azione delle cooperative, la larga mole dei lavori pubblici e l’estensione delle terre affidate alle cooperative implicano un forte bisogno di credito.
Di qui il sorgere di numerosi istituti di credito creati esclusivamente per il funzionamento delle cooperative, tra questi nel 1913 l‘Istituto Nazionale di Credito per la Cooperazione, realizzazione ridotta del disegno di legge sulla Banca Nazionale del Lavoro e della Cooperazione.

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