L’esordio della Cooperazione Cattolica

A cavallo tra gli anni 1880 e 1890 anche i cattolici ai quali il “non espedit” di Pio IX impediva la partecipazione alla vita politica del Paese, avviavano un più ampio ed incisivo intervento nella vita sociale.

La scelta dipende in parte dall’esigenza di contrastare la crescente influenza esercitata dai socialisti sul proletariato rurale ed urbano, ma soprattutto dall’ispirazione di fare emergere il proprio specifico orientamento di pensiero e di programma nei confronti della questione del secolo: la questione sociale.

Nel 1891 essa è al centro dell‘Enciclica di Papa Leone XIII “Rerum Novarum” la quale indica gli obiettivi sociali della Chiesa.
Sino ad allora l‘attività sociale e istituzionale dei cattolici si era svolta prevalentemente attraverso l’Opera dei congressi e dei comitati cattolici d’Italia, fondata a Venezia nel 1874: alla sua guida si erano succeduti sino al 1899, il conte Giovanni Acquademi, Scipione Salvati e Marcellino Venturosi.

Fino a quell‘anno, sede degli organismi dirigenti dell’Opera era stata Bologna, il successivo trasferimento a Venezia coincide col potenziamento dell’istituzione e un più deciso interesse verso il mondo contadino.

L’azione di studio e riflessione condotta a partire dal 1877 dalla II sezione economico-sociale dell’Opera, presieduta dal bergamasco Stanislao Medolago Albani, fu volta in particolare ad attivare un osservatorio privilegiato sulle molteplici necessità dei ceti popolari, dei quali si incoraggiava lo spirito di solidarietà con i ceti proprietari, stimolati anch’essi, sul versante sociale, a tenere conto di alcune esigenze organizzative e di vita dei loro dipendenti.

Contemporaneamente si affidò alla creazione di società di mutuo soccorso, di orientamento cattolico, particolarmente diffuse in alcune province lombarde, il compito di tutela e difesa di alcuni fondamentali diritti dei ceti artigiani e operai.
L’insufficienza di tale azione apparve tuttavia chiara al termine degli anni ottanta: nel 1889 a Padova venne costituita su iniziativa congiunta dell’Albani e del sociologo ed economista veneto Giuseppe Toniolo, l’Unione cattolica per gli studi sociali: al nuovo istituto venne attribuito il compito di “sviluppare una riflessione all’altezza delle nuove sfide proposte dall’incipiente trasformazione della società e dell’economia italiane o perlomeno di alcune aree e regioni del Paese”.

Uno dei possibili percorsi fu individuato nello sviluppo di organizzazioni sindacali cattoliche.
L‘emanazione dell’enciclica di Leone XIII, incoraggiando la tendenza all’associazionismo e, soprattutto, legittimando la formazione di società composte di soli operai, consolidò la proposta dell’Unione cattolica.

L’associazionismo e il solidarismo cattolico trovarono un fertile terreno di fioritura soprattutto nel settore del credito mediante la promozione di Casse Rurali.
Queste ultime fortemente radicate al territorio contribuiscono allo sviluppo dell’area rurale nella quale operano, combattendo in particolare il fenomeno dell’usura.

Nel 1892, Don Luigi Cerutti, cappellano del piccolo centro di Gamberone in Provincia di Venezia fonda la prima Cassa Rurale di matrice cattolica.
L’azione di Don Luigi Cerutti si sviluppa ben presto anche al di fuori dei confini del Veneto; nel 1896, dopo una sua visita in Sicilia, un giovane sacerdote, Don Luigi Sturzo fonda una delle prime Casse Rurali a Caltagirone sua città natale.
Nello stesso anno, su iniziativa, è fondata a Verona la Società Cattolica di Assicurazione.

Nel 1896 a Parma viene costituita la Cassa Centrale per le Casse Rurali Cattoliche d’Italia, che si propone di svolgere la funzione di organismo bancario centrale a favore delle cooperative del credito.

Nonostante il prevalente orientamento verso il settore del credito i cattolici si impegnano attivamente anche nella costituzione di cooperative agricole e di lavoro, di latterie e di cantine sociali; sempre più ambiente rurale che non urbano, sempre più al nord che non al centro o nelle regioni meridionali.

Soprattutto in Trentino a cavallo del secolo nascono per iniziativa di alcuni sacerdoti decine di cooperative di consumo, di credito e agricole.
Praticamente non c’e valle o paese dove non si fondi una cooperativa.

Per dare unità all’interno del movimento viene fondata nel 1895 la Federazione dei Consorzi Cooperativi e Don Lorenzo Guetti ne è il primo presidente.
La cooperazine agricola di matrice cattolica si impernia in particolare sulla diffusione di un caratteristico tipo di affitto agrario: l’affittanza collettiva a conduzione divisa.
Essa prevede che un certo numero di agricoltori, riuniti in società cooperativa, assuma in locazione da un proprietario o da un ente, un’ampia tenuta che viene successivamente suddivisa in poderi di ampiezza variabile assegnati in conduzione ai singoli soci.

La prima forma di affittanza divisa viene costituita nel 1883 a Cavelzano, un piccolo centro in provincia di Bergamo; ad essa fece seguito la formazione di altre due affittanze a conduzione divisa in Sicilia.

E’ tuttavia l‘affittanza promossa nel 1887 a Treviglio un grosso borgo rurale della bassa bergamasca, da un sacerdote, Don Ambrogio Portaluppi, a divenire il modello di riferimento per quelle avviate dal movimento cattolico nell’alta pianura lombarda.
Contrapposta all’affittanza a conduzione unita, sostenuta dalle forze che si richiamavano alla tradizione socialista, essa non solo risponde meglio di questa di questa agli ideali sociali del cattolicesimo, ma sembra anche adeguarsi in modo migliore alle prevalenti condizioni tecniche, produttive, colturali e contrattuali delle zone di diffusione.

Lo sviluppo di cooperative agricole cattoliche, ma anche di latterie e cantine sociali, pone tuttavia anche in tale settore l’esigenza di coordinamento, sfociata a livelli territoriali più circoscritti, nella formazione di Unioni agricole e a livello nazionale nella attuazione della Federazione delle Unioni Cattoliche Cooperative Agricole, sorta nel 1898 grazie all’impegno personale di Don Luigi Cerutti e al sostegno dell‘Opera dei congressi.

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